Sei passi verso la transizione, cambiando la strada e il nostro destino.

L’INGANNO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA (TERZA PARTE)

editoriale di Dante Schiavon

La “transizione ecologica” deve prevedere contenuti in “discontinuità ecologica” con il passato, dei contenuti che possano invertire la tendenza autodistruttiva. Tali contenuti, prima che la casa bruci completamente,  vanno perseguiti con il coraggio politico necessario e in base alla complessità e al poco tempo rimasto perché, come dice Alex Steffen: “quando parliamo di crisi climatica vincere lentamente equivale a perdere”. 

La “transizione ecologica” perché diventi effettiva   “riconversione ecologica” dei fattori di rischio climatici  deve già ora prevedere immediate misure drastiche, radicali, anche se scomode o antieconomiche, perché il tempo per una transizione lo abbiamo usato male e in modo controproducente. 

La prima misura a costo zero, senza scomodare i fondi del Recovery Plan,  consiste nell’ emanare con urgenza una legge per “l’arresto immediato del consumo di suolo” e della “deforestazione dei centri urbani”. Alberi e suolo sono i principali antagonisti dei cambiamenti climatici e dei loro effetti calamitosi.

La seconda misura consiste nell’eliminazione immediata di metà dei quasi 19 miliardi che lo Stato italiano, tra finanziamenti diretti, indiretti e accise versa al settore energetico fossile ed entro il 2025 della restante metà, operando uno “switch di conversione” di quei miliardi  al settore delle energie rinnovabili, fotovoltaico in primis, escludendo l’idroelettrico minore che ha finito per compromettere  gli habitat dei piccoli corsi d’acqua e l’utilizzazione collettiva della  risorsa acqua.

La terza misura consiste nel “blocco della deforestazione incontrollata” per il proliferare sconsiderato e massivo di tagli forestali in ogni angolo della penisola resi possibili dal Testo Unico in materia Forestale e Filiere Forestali che stanno facendo venir meno  l’apporto decisivo delle piante nella produzione di ossigeno, nell’assorbimento della CO2 e nelle altre funzioni ecosistemiche di tipo geologico e idrogeologico.

La quarta misura è la riconversione degli “allevamenti intensivi”, ritenuti fra i principali responsabili delle emissioni di gas serra e di quel “particolato fine (pm10) di origine secondaria”  diventato anche vettore per il trasporto e la propagazione del virus. La riconversione e riduzione degli allevamenti intensivi, inoltre, può rimuovere le condizioni che rendono più agevole quel salto di specie (spillover)  che ha originato in passato dei fenomeni pandemici (influenza aviaria, influenza suina, ecc.). La riduzione degli allevamenti intensivi dovrebbe essere accompagnata da una riduzione nel consumo di carne, che incide non poco sulle dinamiche sociali, demografiche,  migratorie ed economiche della popolazione mondiale e della terra coltivabile, se pensiamo che per produrre un kg di carne sono necessari 10 kg di cereali.

La quinta misura consiste in una legge per “l’agricoltura contadina”, un’agricoltura di prossimità a km 0, che ridimensioni il peso dell’agricoltura industriale,  consumatrice di acqua, della fertilità del suolo e finora unica destinataria della parte più rilevante dei benefici previsti dalla Politica Agricola Comunitaria.

La sesta misura deve puntare, sinergicamente con le due misure precedenti, alla conversione ecologica del sistema agroalimentare, attraverso una legge che, come quella sul suolo, tarda  colpevolmente ad arrivare. Il Pan (Piano d’azione nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari) è scaduto da tempo e l’uso dei pesticidi, insieme ai cambiamenti climatici in atto, sta sterminando gli insetti impollinatori 

Sono tutte misure che vanno combinate tra loro, in un’azione concentrica mirata ed efficace per contrastare i cambiamenti climatici, l’inquinamento del suolo, dell’aria, dell’acqua. Basti pensare alla moltiplicazione degli effetti benefici che potrebbero derivare dall’interazione tra la “riduzione delle emissioni” in atmosfera (da traffico veicolare, da riscaldamento, da produzione industriale) e la “riconversione degli allevamenti intensivi” sulla  qualità dell’aria che respiriamo e di conseguenza sulle patologie, sui decessi, sull’entità della spesa sanitaria.

Il destino dell’umanità bussa alle porte degli uomini veri. Il surriscaldamento del pianeta con tutte le sue implicazioni, non solo ambientali, ci pone davanti ad un bivio. Le scelte non sono più rinviabili e non riguardano solo il clima, riguardano le condizioni di vita di milioni di persone che vivono ai margini del benessere consumistico predatorio e climalterante. C’è la necessità di unire le forze democratiche ed ambientaliste in un forte movimento che ponga l’ambiente come discriminante principale della propria  azione. La gravità degli effetti del cambiamento climatico sulle “realtà urbanizzate occidentali”, come pure sulle “popolazioni del sud del mondo” non può che manifestarsi con maggiore veemenza sui più deboli e tale consapevolezza deve unire le forze democratiche che desiderano un nuovo ordine mondiale, più solidale e più attento alla natura, ai suoi ritmi e ai suoi cicli. Fra i giovani e nelle pieghe interstiziali minoritarie della società  civile c’è una grande consapevolezza su cosa fare e come agire,  ma, tale consapevolezza  tarda a farsi strada fra le pubbliche opinioni, eterodirette dai “media mainstream principali” asserviti al “potere economico dominante e inquinante”, lo stesso che ci ha condotti velocemente a questa emergenza planetaria.  In risposta al bisogno primordiale del genere umano di un ambiente naturale e umanitario e della necessità biologica di garantire la sopravvivenza dell’umanità intera è necessario un sussulto delle forze politiche democratiche, capaci di riannodare i fili con l’associazionismo ambientale diffuso e ravvedendosi dal loro  essere, di fatto,  parte del sistema. Abbiamo bisogno di un movimento che sappia vedere con occhi diversi gli effetti dello sfruttamento capitalistico delle risorse naturali, che lotti contro nuove disuguaglianze e lavori per un ambiente più naturale e una società più solidale.  Bisogna usare nuovi linguaggi, avere nuovi sguardi, alzare l’asticella nel livello delle nostre elaborazioni, come ci suggerisce Antonio Cederna quando scrive: “I diritti della natura vanno inclusi nella Costituzione. Che la natura e il suolo diventino soggetto giuridico, a cui riconoscere, al pari delle persone, un’intrinseca e inviolabile dignità. Andare oltre i limiti della nostra costituzione”.