Per noi la partita non è chiusa, serve coraggio: bisogna cambiare verso.

editoriale del 13.11.20 di Tano Malannino*


Salvare la nostra agricoltura, salvando l’ambiente e il futuro deve essere la priorità nazionale.

Nella intervista rilasciata a Radio Iafue, il sottosegretario all’agricoltura Guseppe L’Abbate, ci dice che, in fondo,la mediazione trovata nel parlamento europeo sulla Politica Agricola Comune è “onorevole”, tiene aperti una serie di punti positivi e scongiura danni ben peggiori viste le proposte di partenza che avrebbero penalizzato il nostro Paese. Di fronte alle molte critiche venute avanti in Italia e in tutta Europa sulla distanza che il voto in sede comunitaria segna fra le scelte Green dichiarate e il mantenimeto dei privilegi storici che la PAC ci consegna dai decenni scorsi, ci ricorda che bisogna “pur trovare un equilibrio fra le politiche di tutela ambientale e gli interessi delle imprese perché, altrimenti, il rischio è che le aziende chiudano e dobbiamo rinunciare all’agricoltura”.

Capiamo che chi governa debba trovare le mediazioni possibili e che un accordo è pur sempre meglio di nessun risultato (e certamente lo scenario europeo è uno spazio in cui la ricerca della mediazione fra tanti interessi diversi è esercizio complicato) ma ci sono momenti e fasi in cui serve coraggio e cambiare per risolvere i problemi.
Questo è uno di quei momenti, questa è la fase in cui i nodi vengono al pettine e la società europea, certamente quella italiana, è di fronte al bivio di scelte che vanno prese con decisione.
Il Covid19 sta diventando sempre di più la cartina al tornasole per misurare quanto grandi siano i problemi del nostro modello sociale, economico, politico e istituzionale e sempre di più sale consapevolezza civile di quanto sia necessario cambiare verso e quanto non sia possibile rimanere nel guado ad aspettare sperando che passi la nottata e lasciando tutto come prima.

No, questo accordo senza coraggio che ci propone la politica che annuncia di voler cambiare tutto per non cambiare niente, non ci serve, non risolve i problemi, lascia intatti i privilegi e non cambia il segno di una crisi che colpisce, in particolare, e aree rurali del sud del mediterraneo coon costi ambientale, economici e sociali grandissimi per tutti.

Non risolve il fatto che i redditi medi dgli agricoltori europei siano fra il 40 e il 50% di quelli di altri settori, non risolve il problema (anzi lo aggrava) della distanza fra poche imprese che drenano risorse e la massa di aziende che non vi accede.
Al di la di generiche dichiarazioni di principio, non introduce parametri condizionali che favoriscano il lavoro buono e i diritti, non interviene per garantire le condizioni di vita dei braccianti.
Soprattutto, per quello che riguarda l’Italia, lascia inalterato (anzi lo aggrava) il gap fra il nostro Paese che produce principalmente “prodotti mediterranei” e le economie agrarie continentali maggiormente vocati alla trasformazione.
Con una Pac che valorizzasse l’agricoltura mediterranea e, quindi, l’occupazione e la crescita, l’Italia avrebbe ricevuto ben più dei circa 2,5-2,7 miliardi di euro mediamente ricevuti ogni anno per veicolare politiche di mercato. Come non bastasse, per il periodo 2021-2027 l’Italia ha visto una decurtazione del 6,9% dei fondi Pac complessivi destinati al nostro Paese, nelle varie forme di cui i sussidi alle aziende sono una sola parte. Poco più di 36 miliardi di euro per sette anni i fondi assegnati, contro i 62,3 miliardi della Francia, i 43 della Spagna i 41 della Germania.

A questo si aggiunge una politica commerciale orientata al mercato mondiale, il che significa che gli agricoltori continueranno ad essere uno dei settori più poveri della società europea, con redditi inferiori del 50% rispetto al resto della società. L’attuale riforma non impedirà o risolverà la scomparsa di migliaia di aziende agricole ogni anno, l’invecchiamento della popolazione agricola, la desertificazione delle aree rurali, l’intensificazione dei modelli di produzione e il conseguente deterioramento della qualità del cibo e l’impatto negativo sull’ambiente, tra molti altri problemi.”

No. Non ci siamo. Serve coraggio e serve cambiare gli orientamenti fondamentali della PAC attuando quegli orientamenti verso la Green Economy e i Diritti sociali che la società chiede con forza.

Servono scelte nuove e serve dire con chiarezza basta all’idea che la difesa dell’ambiente e gli ineressi delle imprese siano in contraddizione e siano alternative. Noi lo diciamo con forza: la contraddizione sta negli interessi di chi promuove un modello dell’agricoltura industrale ed una che guarda alla terra come valore da consercìvare, Lo diciamo da agricoltori e da imprenditori: non c’è alcuna contraddizione fra il perseguire le scelte del New Deal e della Nuova Economia Green e gli interessi degli agricoltori, purchè sa chiaro che il modello cui puntiamo è quello di uno sviluppo e di una economia sostenibili.

Per questo diciamo a questo governo ed al Parlamento: è l’ora delle scelte e del cambiamento, è l’ora della Riforma e, se mediazione deve essere, sia quella che tiene fuori dalla porta gli interessi delle lobbies speculative e delle multinazionali finanziarie.
L’Italia deve recuperare a pieno la sua vocazione di grande Paese di produzione del cibo producendo lavoro buono, prodotti sicuri a prezzi giusti in un territorio tutelato.
Perché questo sia possibile serve una grande Alleanza Sociale, garanzia vera per pretendere dalla politica che si passi dalle mediazioni al ribasso al progetto della Sovranità Alimentare.
E’ arrivato il momento di ritrovarci tutti insieme, cittadini, organizzazioni, agricoltori per promuovere la Riforma fondata sulla Sovranità Alimentare. Perché per noi la partita non solo non chiusa ma, al contrario, è arrivato il momento di uscire dai campi che coltiviamo sopportando una crisi che non vuole finire e chiamare la società alla responsabilità del cambiamento e, soprattutto, di farlo capire alla politica ed alle istituzioni.

  • Tano Malannino è agricoltore e presidente nazionale di Altragricoltura