Cosa bolle in pentola

Quando in pentola bollono il progetto e l’orgoglio di una comunità.

Oltre la propaganda e l’ideologismo, lungo una via pedagogica alla liberazione

Il 22 gennaio, con l’inaugurazione di Casa Betania a Serra Marina di Metaponto, del laboratorio di buone pratiche e del progetto Iamme-NoCap-Rete PerlaTerra anche nel Metapontino, abbiamo dato una grande prova di noi come “sindacato di comunità”.
Mi occupo di caporalato da sempre, ho iniziato a farlo fin dagli anni ’80 contrastando i caporali delle fragole nel metapontino e provando, da sempre, a considerare la battaglia contro il caporalato come solo una delle occasioni per ripartire dal lavoro e dai suoi diritti: non c’è agricoltura, cibo, territorio senza che sia prodotto in una comunità che lo offre coscientemente e lo produca dentro regole produttive, economiche e sociali dai diritti riconosciuti e condivisi.

L’inaugurazione della Casa di Accoglienza Betania è stata, per me, una tappa importante di questo lungo percorso di trent’anni di lavoro.
Non l’inizio e nemmeno la fine; piuttosto il momento in cui, grazie all’incontro fra la teologia della Chiesa dei nostri tempi e la sua dottrina sociale e le migliori espressioni di società civile impegnate a ricostruire le ragioni dell’umanità all’interno dei processi economici e ambientali, si dimostra che l’esito della lunga crisi in cui siamo può avere un esito altro da quello imposto dalla barbarie del capitalismo del nostro tempo se riesce a mobilitare le comunità nella loro interezza.

Dovendo sintetizzare la giornata, uso due fermi immagine dell’incontro che ieri ha inaugurato “Betania, la casa della dignità e il laboratorio delle buone pratiche e della promozione sociale del territorio”: la metafora della pecora alla pastorale che è stata una splendida prova di comunità e le parole finali del nuovo prefetto di Matera

Comincio dalla pecora alla pastorale: alla fine dell’incontro abbiamo condiviso il buon cibo prodotto da un’intera comunità. E’ stata una scelta politica: i contadini producono il cibo lavorando la terra, condividerlo è l’atto che la comunità contadina impegnata a difendere la terra e i diritti propone come gesto di consapevolezza.
Il 22 gennaio doveva essere il momento in cui “mettevamo in mostra” il frutto del nostro lavoro: i progetti, le proposte frutto della mobilitazione, il cibo che stiamo producendo con dentro i contenuti culturali, politici e sociali di cui siamo portatori.

Tutto è cominciato quando ho chiesto ai contadini con cui lavoro una pecora “come nella tradizione” e cosi è stato.
Era una pecora sarda di oltre 5 anni che non allattava più e, dunque, era destinata alla soppressione, esattamente come accadeva una volta.
La tradizione della pecora alla pastorale nella nostra cultura usava generalmente gli animali che avevano avuto traumi (magari erano finiti in uno dei tanti burroni dei nostri calanchi fratturandosi una gamba e non potevano più seguire il gregge) o erano a fine carriera e diventavano un problema per l’ovile. Di solito il rito della pecora alla pastorale avveniva in estate, dopo la mietitura, ma in effetti si teneva sempre quando si presentava l’occasione di non sprecare un animale che moriva (magari dopo che il veterinario era passato certificando che l’animale morto doveva essere “smaltito”). Quindi la ricetta era la più varia: alcune regole di fondo ma, soprattutto, si cucinava con tutto quello che la campagna offriva in quel periodo dell’anno; era varia anche perché ogni paese (ogni ovile) aveva (ed ancora ha) la sua propria ricetta straordinaria.
Io la ho cucinata per le prime due ore e mezza dopo averla preparata; la ho messa in un recipiente capiente a cuocere su un fornello sulla veranda di casa. Dopo averla schiumata per almeno un’ora e mezza, ho aggiunto le verdure che avevo a disposizione: carote, sedano, cipolla, patate, cicorie e un mazzo di odori (alloro, rosmarino, salvia, finocchietto).
Alle 2 di notte ho spento il fuoco e la mattina dopo la ho consegnata alle donne di Altragricoltura che sono venute all’inaugurazione a Serra Marina con la bombola, il pentolone, il fornellone e gli attrezzi (mestoloni, forchettoni, schiumarola) perché la finissero mentre facevamo l’assemblea.
E, allora, la pecora è diventata un’altra cosa … ognuno ci ha messo il suo, secondo la sua tradizione: chi ha messo i finocchi, chi ha messo i pomodori, chi il prezzemolo, chi il peperoncino, chi altro. Io ho provato a protestare in nome “dell’ortodossia della ricetta”, senza successo; hanno fatto come pareva loro e per altre 3 ore nel pentolone tutto ha sobbollito lentamente travolgendo le mie proteste.

Così la pecora alla pastorale è diventata il cibo di tutti esattamente come accadeva una volta quando nel paiolo di rame sul fuoco del camino dei casolari lucani ci si dava appuntamento e ognuno portava qualcosa (croste di formaggio, pezzi di salame ormai rinsecchito e altrimenti immangiabile, vino e pane compreso) e, alla fine, tutti mangiavano prendendo col mestolo e mettendo i pezzi sul pane intinto nel brodo.
Il vescovo, il prefetto, tutti i partecipanti, ne hanno goduto e si sono chiesti come aveva potuto essere cosi buona.
Il Prefetto mi ha detto: “Io sono abruzzese di origine ma devo confessare che questa pecora è straordinaria”.

Il segreto era sotto gli occhi di tutti: quello era un cibo di comunità come mai avrebbe potuto essere altrimenti e se lo avessimo deciso in una delle barbose riunioni preparatorie che precedono un evento di questo tipo: il suo sapore dolce e amaro, forte e delicato, ricco di sfumature e accenti era il frutto della nostra diversità e della forza di chi, consapevolmente o inconsapevolmente, lo aveva prodotto: la pecora che aveva vissuto libera nei pascoli lucani, il pastore che l’aveva allevata e ce l’aveva offerta, tutti noi che la avevamo preparata e, anche, tutti coloro che ne hanno condiviso il sapore onorandone il significato.

E’ stato un piacere grande quello di vedere come attraverso i gesti del consumare il cibo insieme (i ragazzi migranti, le autorità, gli uomini e le donne di chiesa o semplicemente li per impegno civile), il sapore di quel cibo condiviso da tutti e tutte (a chi non mangia carne abbiamo comunque offerto altro altrettanto buono e carico di significati) siamo riusciti a “veicolare” più di tanti ragionamenti e mille parole.

…..
Ragionamenti che, comunque, avevamo sviluppato prima in assemblea quando nell’incontro era entrata la voce della nostra esperienza.
Alle istituzioni presenti (Prefetto, Questore, Regione, Sindaci) lo abbiamo detto chiaro: le istituzioni hanno fallito, noi siamo a indicare come si può tenere un percorso positivo per il territorio ma da soli non ce la possiamo fare.

Lo abbiamo fatto insieme: i preti e il vescovo che hanno voluto fortemente questo progetto e hanno sottolineato il valore della collaborazione fra di noi diversi ma uniti nel perseguire obiettivi comuni e lo abbiamo fatto noi. Le parole di Yvan Sagnet per l’Associazione NoCap, quelle di Mohamed Souleiman (coordinatore del Comitato Braccianti della Felandina e ospite di Casa Betania), le mie a nome della Rete PerlaTerra e di Altragricoltura sono state chiare sia nella critica alle istituzioni ed alla politica, sia nell’indicare le proposte.

E qui descrivo il secondo fermo immagine per raccontare l’altra metafora che ci si offre nel racconto di quella mattinata.
L’assemblea che aveva preceduto il pranzo sembrava  essersi chiusa con l’intervento del Vescovo della Diocesi di Matera-Irsina che, in modo appassionato, ha sottolineato il valore dell’esperienza che si andava a mettere in campo, la possibilità che diventi modello generale da riproporre, il ruolo della Comunità dei credenti nel costruire uno spazio comune e di grande valore sociale, il valore di testimoniare il Cristo fra i diversi.
Del suo intervento mi ha colpito la semplicità con cui questa Chiesa si mette in gioco e il valore profondo che offre nello sforzo costante di rimettere al centro dei processi sociali i pricìpi della centralità dell’essere uomini e donne.
Dopo che Monsignor Caiazzo ha concluso, inaspettatamente, il Prefetto di Matera (Dott. Rinaldo Argentieri, che era intervenuto fra i primi) chiede di poter riparlare.
Mi perdonerà il Prefetto se sintetizzo quello che tutti abbiamo ascoltato ma, più o meno, ha detto: “Ringrazio il Vescovo per l’invito a questa bella iniziativa in cui ho imparato molto. Per me il caporalato fin’ora era qualche articolo di cronaca, qualche dossier giornalistico ma niente di più. Ora ha il volto di Mohamed Souleiman, Yvan Sagnet, Gianni Fabbris di cui capisco le critiche ma nei cui interventi mi sembra di cogliere la disponibilità al lavoro e al confronto”. E, mentre ci guardava ha aggiunto: “Per questo, se siamo d’accordo, propongo di convocare a breve un tavolo di lavoro anche per rispondere alla proposta che avete fatto di attivare la Commissione Provinciale prevista dalla Legge contro il caporalato e propongo di farlo qui in questa struttura”.
Nasce cosi la convocazione il 10 febbraio di un nuovo incontro presso Casa Betania cui parteciperemo con l’idea che le istituzioni e le forze sociali abbiano il dovere di incontrarsi comunque per provare ad offrire risposte alle comunità ed alle persone.
Non so cosa ne verrà fuori ma so che è un’opportunità che proveremo a cogliere facendo avanzare i processi inclusivi su cui lavoriamo da sempre; per noi la mobilitazione non è mai costruita per fare propaganda o per affermare un’ideologia quanto, piuttosto, per ricostruire una pedagogia popolare che investa la società e i suoi corpi.
Se, grazie alla mobilitazione del Forum Terre di Dignità, al progetto “IAMME” (che grazie all’accordo fra NoCap, Altragricoltura e Megamark sta mettendo in campo i prodotti etici nel territorio), al ruolo pieno del mondo cattolico e religioso saremo riusciti a muovere le istituzioni vuol dire che siamo sulla strada giusta.
Il resto non dipende solo da noi ma, certo, molto possiamo fare e determinare e, del resto, altrimenti a cosa serviamo?  Iamme!

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